Lo stabilisce la Corte di Cassazione

Avere nel nostro borgo un’abile professionista come Roberta Marsònresponsabile di Adiura Torino, è veramente utile, infatti grazie a lei riusciamo avere notizie importanti per quello che riguarda in mondo dell’assistenza dalle infermiere, alle badanti, le baby sitter e le colf. In questo articolo ci parlerà di uno scottante problema-

Di Roberta Marsòn

La legge

La sentenza della Corte di Cassazione n. 46158/19 stabilisce che la colf o la badante che lavora in nero potrà denunciare e perseguire il datore di lavoro che non la mette in regola. Si tratta di una sentenza rivoluzionaria, attraverso la quale i giudici hanno stabilito che una colf può utilizzare registratori, telecamere in casa del datore di lavoro per costruirsi delle prove ad hoc a dimostrazione del fatto che presta lavoro tra quelle mura con due semplici cautele:

  • la collaboratrice domestica deve essere presente nel momento in cui registra (quando cioè la telecamera è accesa).
  • non si devono filmare momenti privati, non strettamente attinenti al lavoro della domestica.

La prova video è dunque valida, non ha ripercussioni sulla legge della privacy (Art. 615 bis) e può essere usata nel corso del processo di lavoro.

Denunciamo un’ingiustizia

La pronuncia è tutta in favore della colf, e non del datore di lavoro. Secondo la Cassazione infatti resta punibile il comportamento del datore di lavoro che utilizza i medesimi strumenti tecnologici (di controllo) per tenere d’occhio l’operato della colf o della badante.

Si tratterebbe infatti questa di una violazione vera e propria delle norme dello Statuto dei lavoratori per cui è illecito il controllo a distanza dei dipendenti. Ma è anche vero che se “La legge è uguale per tutti” si dovrebbe permettere anche al datore di lavoro di potersi tutelare da eventuali torti. Si rischia altrimenti di rivivere una caccia alle streghe unilaterale.


Se volete leggere l’intervista ad Adiura Torino cliccate il link sottostante

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